Studi intorno alla storia della Lombardia / negli ultimi trent’anni e delle cagioni del difetto d’energia dei lombardi

Studi intorno alla storia della Lombardia / negli ultimi trent’anni e delle cagioni del difetto d’energia dei lombardi

Author:
Cristina Belgioioso
Author:
Cristina Belgioioso
Format:
epub
language:
Italian

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Author: Belgioioso, Cristina, 1808-1871
Lombardy (Italy) — History
Studi intorno alla storia della Lombardia
negli ultimi trent’anni e delle cagioni del difetto d’energia dei lombardi

PARTE PRIMA

Chi abbia scorsa la Lombardia nella prima parte di questo secolo, chi
abbia studiato la storia d’Italia, chi abbia militato al fianco
degl’Italiani negli eserciti imperiali, ed in ispezieltà veduti i
ventisettemila o che soldati partiti dall’Alta Italia o dal reame di
Napoli perire tutti nelle gelide pianure della Russia o nei flutti
della Beresina, spirare da valorosi con la spada in pugno, senza
gemiti nè omei, cadere aggelati nell’atto di locarsi tra le file,
oppure percossi da accêtta nell’inchiodare l’ultimo cannone da essi
colà trascinato, se oggidì scendesse di nuovo dall’Alpi, crederebbe a
stento al testimonio degli occhi suoi propri, e si persuaderebbe forse
di essere sceso frammezzo ad un popolo ignoto e nuovo per lui. Che
avvenne egli mai in Lombardia da trent’anni a questa parte?
Gl’Italiani e i Lombardi al par degli altri, sono stati in ogni tempo
pur troppo agitati ed irrequieti. Leggi gli storici dell’Italia, e ti
si pareranno dinanzi fazioni senza numero che cozzano fra loro;
capi-parte che s’attraversan l’un l’altro, si scontrano a mezza la
via, e a vicenda si tolgono amici, fautori e sussìdi; città che
sollevansi contro i loro signori, e agevolmente discaccianli,
chiamandone altri in loro vece, od ingegnandosi di farne senza, col
governarsi a comune; signori discacciati che non di rado vengono
richiamati prima di avere avuto tempo d’uscire da un angusto
territorio; giurati loro nemici che fanno sacramento di servirli,
mentre i loro successori escono dalla porta opposta a quella per cui i
primi rientrano nella città capitale. Il papa, l’imperatore, il re di
Francia, e in séguito anche il re di Spagna, quei quattro grandi
indirizzatori di tutti i moti italici, da cui traevan profitto, si
spartivano a vicenda le città e le province italiane; ned io saprei se
si possa in tutta quanta la Penisola trovare una città che non abbia,
ed anche con breve intervallo di tempo, aperto le sue porte, e accolto
con tripudio pria questo, poi quello dei detti prìncipi. Non intendo
già, nel dettar queste linee, a fare un elogio del carattere italiano.
Potrà esso venir tacciato d’incoerenza, di leggerezza, di soverchia
ambizione, di incostanza, d’infedeltà e simili vizi. Ma almeno non gli
si può apporre l’inerzia, l’immobilità, la stupidità, la meticolosità,
l’indifferenza per le cose politiche. E per non parlare qui d’altri
che dei Lombardi, e della loro condotta nel tempo preceduto ai
trent’anni ultimi scorsi, dirò ch’essi mai non cessarono di spiegare
quell’operosità un po’ irrequieta cui sono naturalmente disposti.

Dotato da Luigi XII d’una costituzione assai simigliante a quella onde
godono a presente la Francia e l’Inghilterra, giacchè essa conferiva
la potestà legislativa a due camere, la più alta delle quali era la
sola di cui il principe eleggesse i membri; il ducato di Milano si
serbò, più che tutti gli altri Stati italicii, in possesso del dritto
e del costume di dirigere l’andamento del suo proprio governo. Gli
Spagnuoli sminuirono le prerogative delle camere, senza però
annichilarle, e Giuseppe II, ad esempio de’ suoi predecessori, a
pochissimo le ridusse. Ma questo principe, benefattore della
Lombardia, in quanto l’arricchì del bel sistema d’amministrazione
interna e di divisione territoriale, che con lievi modificazioni la
regge pur ora, lasciolle inoltre una indipendenza assai grande; cui
l’aristocrazia lombarda, la quale era allora in possesso di tutte le
alte cariche dello Stato, sapea far rispettare, con commendevole e
rara energia. Ricordasi tuttora in Milano una sovragiunta d’imposta
che l’imperatore volea far riscuotere sopra non so qual reddito in
Lombardia; e si rammenta che il conte Melzi, che allora teneva un
ragguardevole posto nello Stato, si oppose risolutamente a questa
novella imposta, e non avendo potuto indurre i Milanesi a ricusarla,
partissene subito per a Vienna, ove fu più avventurato, e ottenne la
rivocazione dell’ordine dato. E sì che di già in quel tempo le idee
che addussero la rivoluzione francese ferveano in Italia, e fra i
promotori di esse annoveravansi parecchi autorevoli membri
dell’aristocrazia milanese, filosofi, leggisti, istorici, poeti. Aveva
il Parini in un poema satirico, diviso in quattro parti, il Mattino,
il Mezzogiorno, la Sera e la Notte
, vôlto spiritosamente in beffa i
rancidi e alquanto buffi costumi della eletta società. Gli è certo che
l’aristocrazia italiana, erede ad un tempo dei costumi francesi,
spagnuoli ed austriaci, ch’essa del resto aveva fusi insieme,
facendosi così un carattere suo proprio e per certi rispetti
originale, porgea molta materia ai sarcasmi del Parini. Allato ai
personaggi gravi e studiosi che amministravano le cose dello Stato,
una moltitudine di giovani signori e di giovani dame, tutti intenti
agli amori ed ai piaceri, spendevano il loro tempo a visitarsi a
vicenda ed a dir male del prossimo. Eranvi mariti che presentavano
alle loro consorti il cavaliere servente, cui destinavano essi
medesimi a compier l’ufficio indicato dal suo nome. Poche mogli
inoltre teneansi paghe del cavaliere dato dal marito, e la maggior
parte di esse si sarebbero vergognate di non trarsi dietro al
passeggio e in casa delle loro amiche e al teatro un numeroso codazzo
che rendesse testimonianza della possa dei loro vezzi. Era il codazzo
composto per l’ordinario da un patito, o, per meglio dire, da
parecchi patiti; perocchè come l’indica il nome (soffrente o
sofferto) il patito era un amante sfortunato e universalmente noto
per tale; eravi pure (e pur troppo dobbiam confessarlo) l’amante, se
non che il buon costume d’allora portava ch’ei fosse unico. Avrei
torto davvero se dimenticassi i galanti, che potevano essere non men
numerosi che i patiti, e fra i quali annoveravansi parecchi abatini.
Eran questi, per lo più, giovani cui non garbava applicarsi
stabilmente, o che appartenevano a più dame; oppure, come ho detto,
erano anche abatini, fratelli minori dei più grandi signori, che del
sacerdozio non avean altro che l’abito nero, del letterato, che
l’abilità di porre insieme malamente delle rime, e dell’uomo mondano,
che la permissione di seguir da pertutto la dama eletta, di portarle
attorno in braccio il cagnuolo prediletto, e di sopportarne umilmente
le capresterie.

Cosiffatti costumi eran tali invero da eccitare il disprezzo e
l’indignazione degli uomini di cuore e d’ingegno, che, nati
nell’ordine privilegiato, aborrivano i privilegi, ed esposti a perdere
tutto ove si mandassero ad atto le dottrine dell’uguaglianza,
adoperavano pure con quanta autorità potevano a propagarle e ad
inculcarle. La brigata chiamata il Caffè, e composta dei tre
fratelli Verri, del marchese Beccaria, di Paolo Frisi, del Longhi, del
Visconti e di molti altri, rappresentava il partito delle nuove idee.
I vecchi dignitari dello Stato e la gioventù effemminata
rappresentavano quello dei vecchi pregiudizi. E, come immancabilmente
doveva accadere, i primi volgevansi verso la Francia, gli altri
strettissimamente all’Austria aderivano. Quando gli eserciti francesi
scesero il pendío italico delle Alpi, furono accolti con gran tripudio
da una gran parte della popolazione, e appena s’accorsero
dell’esistenza dei malcontenti, che se ne stavano quatti all’oscuro.
Fuvvi in Lombardia un governo rivoluzionario, composto d’Italiani;
fuvvi un Comitato di pubblica salvezza; e se non vi accaddero le
sanguinose scene del 2 d’agosto e del 5 di settembre, non deesi ciò
attribuire all’indifferenza popolare, ma sì al carattere benigno
degl’Italiani, ed in ispezieltà dei Lombardi.

Vi fu veramente la sommossa di Pavia, che diede luogo al saccheggio di
quella città; fatto sanguinoso e superfluo, che dagli avversari de’
Francesi fu loro per un lungo tempo rinfacciato. Videsi in Milano e in
tutta la repubblica Cisalpina un sentimento quasi universale di
dispetto pel piglio un po’ tracotante con cui il Primo Console e poi
l’Imperatore faceva introdurre le riforme inviate di Francia nella
costituzione della repubblica. Imponendo queste riforme a forza,
quando non poteva farle accettare volonterosamente dalla contrada,
egli facea precedere la promulgazione di quei novelli statuti da
annunzi di protestazioni di riconoscenza e di giubilo, cui poneva in
bocca dei popoli ricalcitranti. Furonvi in Lombardia nel 1809, al
tempo della sollevazione del Tirolo a pro dell’Austria, molte congiure
fra i nemici occulti della Francia e i perturbatori del Tirolo; ma
queste nimicizie, questi contrasti sono cose, per così dire, da nulla
in paragone delle guerre di rivoltosi che insanguinarono il mezzodì
dell’Italia per tutto il tempo che durò la dominazione francese, o
poco meno.

I due partiti rimasero per lunga pezza a fronte l’uno dell’altro; e
mentre i difensori delle idee novelle si strignevano attorno ai
Francesi, offrendosi loro devoti; i fautori dell’antico reggimento
carteggiavano con Vienna, e speravano tutto dal tempo e
dall’impetuosità dei loro avversari. Il broncio italiano non potrebbe
tuttavia durar gran fatto; perocchè quegli che tiene il broncio
condannasi da sè a non far nulla, e l’Italiano, poco contemplativo,
vuole anzi tutto e ad ogni costo operare. A poco a poco i malcontenti
si ammansarono, e negli ultimi anni del regno napoleonico in Italia le
nobili case lombarde che non erano rappattumate col governo, e i capi
delle quali non tenevano una carica di qualche fatta, erano assai
poche. Tutta quanta l’amministrazione, tranne pochissime eccezioni,
era affidata a’ nativi, e gli uffizi dell’esercito italico erano per
la massima parte dati ad uomini italiani. Con tuttociò l’entusiasmo
col quale i Francesi erano stati accolti in Italia, era spento. I
filosofi amici dell’eguaglianza dolevansi che non uno dei pregiudizi
da loro aborriti fosse stato distrutto. La disuguaglianza fra’ varii
ordini di cittadini sussistea come in addietro, e se più agevol cosa
era omai l’aver posto negli ordini privilegiati, ne conseguiva
soltanto che, siffatta disuguaglianza non movendo più a sdegno il
popolo come pria, trovavasi perciò stesso più sodamente fondata. Gli
antichi amministratori del paese agevolmente riconoscevano essere le
imposte divenute più gravose, e la novella interna amministrazione
essere più dispendiosa, in onta che le entrate dello Stato non fossero
accresciute se non transitoriamente e per poco, dal concorso di gente
straniera venuta di Francia in Lombardia. Nè tralasciavano essi di
notare che questi stranieri, poveri per lo più, anzichè arrecarvi un
aumento di capitali, venivano ad arricchirsi; dal che conchiudevano
che, sebbene il danaro girasse più rapido di pria d’una in altra mano,
non erane perciò accresciuta la quantità. E come mai avrebb’essa
potuto venire accresciuta intanto che nè il traffico nè l’industria
aveano avuto giammai stimolo, soccorso od impulso veruno? Le genti pie
e di austere massime non entravano nel palazzo del vicerè senza
provare un certo quale segreto raccappriccio; chè di bocca in bocca
correano novelle di donne sedotte, di zitelle a forza stuprate, di
mariti o di padri maltrattati od anche uccisi. Le incestuose tresche
della famiglia de’ Buonapartidi parevano constatate. Gli stessi
sollazzi con cui il vicerè argomentavasi di trarre alla sua una parte
del popolo, a male volgeano per lui. Andavano subito fuori le voci:
che in un tal ballo in maschera erano comparse vestimenta indecenti;
che in una partita di caccia una coppia notoriamente adultera era per
più ore scomparsa, e al suo ritorno era stata con istomachevoli
acclamazioni salutata.

Tutte queste incolpazioni, quantunque certamente esagerate, non erano
al tutto destituite di fondamento. I princìpi per cui era stata
addotta la rivoluzione francese vedeansi ormai riguardati come massime
di utopisti, e chi si fosse provato a ricordarne uno solo, quand’anche
fosse stato un eroe, si sarebbe veduto riguardato come un pazzo, e un
pazzo pericoloso. La contrada gemea sotto il peso delle imposte, che
il governo non si curava di proporzionare ai sussidi di quella: le
disonestà, infine, della corte delle Tuilerie e dell’altre da essa
dipendenti non erano in tutto sogni della calunnia. Se non che sarebbe
stata giustizia l’avvertire che i re legittimi non erano stati nemmen
essi esemplari di puro e casto costume; sarebbe stata giustizia lo
sceverare in quei racconti il vero dall’esagerato; come pure il porre
nella lance del pubblico giudizio le virtù degli uni qual contrapeso
de’ vizi di alcuni altri. E se un tal genere di ricompenso fossesi
ammesso, Milano avrebbe avuto, anzi che no, a lodarsi della famiglia
del suo principe; chè la perfetta bontà della viceregina, la
principessa Amelia di Baviera, la sua carità, inesauribile del pari
che la sua pazienza, la sua rigida pietà, come i candidi e severi suoi
costumi, doveano preponderare d’assai su quelle certe leggerezze di
cui il principe Eugenio era di certo incolpato, e fors’anco colpevole.

Fra questa generale mala contentezza ebbe principio la spedizione
contro la Russia. Meglio che vensettemila uomini partirono dalla
Lombardia, entrante l’estate dell’anno 1812, sotto il supremo governo
del vicerè, e quello secondario del generale di divisione Pino.
L’esercito italico era giunto il 1° di luglio oltre il Niemen, e il
vicerè si rallegrava in vedendolo, alla distanza di seicento leghe
dall’Italia, in buona ordinanza e in florida salute. Ma ben presto
cambiavasi l’aspetto delle cose. Le pugne continue e il freddo, che di
giorno in giorno ingagliardiva, addecimavano le schiere italiane, a
tal che il 13 di settembre, quando il generale Pino, che era rimasto
al suo posto poco stante da Mosca, giunse con la sua divisione in
quella città di già data alle fiamme, il numero delle soldatesche
ch’ei comandava era ridotto da quattordicimila a quattromila. Eppure
questa stessa divisione Pino fu quella che pochi giorni di poi si
avventò con cieco impeto contro un polso di Russi che avevano
discacciato i Francesi dalle occupate alture, e che, signoreggiando
così la pianura, tribolavano l’esercito nel suo passaggio. Ripresero
gl’Italiani quelle alture, ma la gloria d’impadronirsi d’un luogo
ond’erano stati discacciati i Francesi, costò loro ben caro. Il
freddo, la fame, la fatica e gli agguati dei Russi faceano ogni giorno
perire i migliori dei nostri soldati. Gli uni s’allontanavano dalle
file in cerca di cibo, e, soprapresi dai Russi, erano trucidati; altri
sostavano un istante onde ricuperare con un po’ di riposo le forze, e
il freddo che li coglieva, non concedea più loro di risorgere. Era
duopo passare a guado i fiumi, e immergersi talvolta nell’acqua fino
al mento, e tirarsi dietro i carri di munizioni ed i cannoni, pei
quali erano venuti meno i cavalli. Era forza sopratutto camminare di
notte tempo, a fine di deludere la vigilanza nemica. Gli ufficiali
ch’ebbero parte in quella spedizione ricordano tuttora che un giorno
in cui il vicerè era accorso per mettersi alla testa della guardia
regale italiana, egli vide repentinamente diradarsi le file di quella,
e la confusione regnare per un istante in tutto il corpo. Appressatosi
maggiormente, gli fu subito chiara la cagione del fatto; ed era che
trentadue granatieri della guardia stessa erano tutti ad un tratto
stramazzati a terra, morti dal freddo. Si narra di ufficiali
superiori, i quali, scortati soltanto da una dozzina o che d’uomini,
si videro assaltati nella meschina capanna in cui riposavano, da
parecchie centinaia di Cosacchi, i quali non osando superare a viva
forza gli steccati che la capanna circondavano, ritraevansi
sull’alture vicine, donde minacciavano poi o di abbruciar la capanna,
o di far fuoco sopra chiunque ne uscisse.

È noto ad ognuno come l’esercito italiano giugnesse alla sera sulle
rive della Beresina, e come assai piccolo fosse il numero di quelli
che si trovarono in grado di ubbidire agli ordini ricevuti e di
passare la sera stessa il fiume. È noto altresì che il ponte fu rapito
dall’impeto dell’acque nella susseguita notte, attalchè gl’Italiani
s’avvidero, appena ridesti, che l’ultima speranza di salvezza era loro
tolta. Non si perderono d’animo tuttavia; chè subito soldati ed
ufficiali del corpo del genio e dell’esercito tutto si posero
alacremente all’opera per costruire un nuovo ponte, benchè i lavori
erano continuamente interrotti dal fuoco dei Russi, i quali senza posa
tribolavano quel non più esercito, ma turba d’uomini estenuati e
cadenti. Ei fu sulle rive stesse della Beresina, e in quella che si
dovea tentare il passaggio, che il Ciavaldini, soldato del traino,
inchiodò l’ultimo cannone che rimanesse agl’Italiani, dicendo: «Tu non
ci puoi più servire; ma almeno non servirai ad altri contro di noi».

Poco stette l’imperatore a partirsene alla vôlta della Francia,
lasciando a Murat il governo dell’esercito; ma questi non tardò molto
a seguire l’esempio del suo signore, addossando al principe Eugenio
l’imperiale vicariato. La partenza di quei due, che meriterebbe
fors’anco il nome più tristo di abbandono, finì di gettar lo sgomento
e la confusione fra le grame reliquie del grand’esercito. Gli
ufficiali e soldati facevano a gara nell’abbandonare le insegne; o,
per dir meglio, non fuvvi più corpo d’esercito, e i pochi soldati che
giunsero a salvamento, fuggirono sbrancati, senz’armi, e quasi senza
vestimenta, e, che fu più funesto, senza veruno indirizzamento. Giunto
a Marienwerden, rassegnò il vicerè gli uomini che lo seguivano, e non
ne trovò che dugentotrentatrè, di cui cenventuno ufficiali e
centododici sottufficiali o gregari. Ad Heilsberg fece batter di nuovo
la chiama per rassegnare le truppe, ma non vide sfilare altri alla sua
presenza che quei dugentrentatrè passati di già a rivista in
Marienwerden. Scrisse allora al ministro di guerra del reame d’Italia,
esser l’esercito d’Italia ricisamente ridotto a quei duecentotrentatrè
uomini; che tuttora sperava giugnessero due altre colonne, di
cencinquanta all’incirca ciascuna; ma non rimanere altro certamente
dei ventitremila trecentonovantasette soldati partitisi da Milano la
primavera trascorsa. La perdita non fu però ad ogni modo tanta quanta
supponevala il vicerè; conciossiachè, oltre a quei trecento ch’erano
da lui aspettati, altri ancora raggiugnessero le file; per modo che il
numero de’ guerrieri italiani scampati dall’eccidio può essere
determinato in un migliaio all’incirca.

Se una tanta sciagura doveva alienare i Lombardi dall’imperatore, più
ancora conferirono ad esacerbare viemaggiormente gli animi in
quell’occasione la condotta e le parole del vicerè. Nel carteggio di
lui con quei della sua famiglia o con gli ufficiali dello Stato, ne’
suoi manifesti, ne’ suoi bandi cotidiani, trapela ad ognora quel
sentimento fatale di soprastanza di cui un Francese stenta sempre
moltissimo a sceverarsi inverso all’estrano. Eransi partiti i Lombardi
dal loro bel paese, abbandonando il mite loro clima, rinunziando ogni
conforto, ogni agio della vita, correndo ad esporsi ai più crudeli
stenti, alle fatiche, ai geli, ai patimenti, alla schiavitù e alla
morte, e tutto ciò per una causa tutt’altro che propria, e dalla quale
non aspettavano alcun pro per la patria loro. Non era egli in debito
di dar loro alcuna testimonianza di benivolenza, colui pel quale
sagrificavano volonterosi persino le vite, e il quale avea di già
acerbamente delusa la loro speranza, col non mai adempire la promessa
loro fatta della nazionale independenza? L’Italia, la cui esistenza
come Stato independente era mallevata dal trattato di Lunevilla,
avrebbe potuto, senza parer troppo esigente, riguardarsi come lesa nei
suoi diritti dalla Francia, e contro di essa chiarirsi; eppure, non
che astenersene, consentiva a servirla, e faceale omaggio, non solo
delle sue ricchezze, ma e del sangue generoso de’ giovani suoi figli.

Pareva il vicerè ignaro affatto delle vere relazioni che tra la
Francia e l’Italia passavano. Non avvisava la spedizione di Russia
come una guerra sanguinosissima, da cui l’Italia non s’aspettava alcun
pro, e cui essa accorreva con tutte le sue forze, unicamente per la

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