Il re dei re, vol. 4 / Convoglio diretto nell’XI secolo

Il re dei re, vol. 4 / Convoglio diretto nell’XI secolo

Author:
Ferdinando Petruccelli della Gattina
Author:
Ferdinando Petruccelli della Gattina
Format:
epub
language:
Italian

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Author: Petruccelli della Gattina, Ferdinando, 1816-1890
Gregory VII
Pope
approximately 1015-1085
Church history — 11th century
Papacy — History — To 1309
Il re dei re, vol. 4
Convoglio diretto nell’XI secolo
BIBLIOTECA NUOVA
PUBBLICATA DA G. DAELLI

IL RE DEI RE

Stabil. tip. già Bonlotti, diretto da F. Gareffi.
IL
RE DEI RE
CONVOGLIO DIRETTO
NELL’XI SECOLO
PER
F. PETRUCCELLI DELLA GATTINA
VOL. IV.
MILANO
G. Daelli e C. Editori.
1864.

LIBRO SETTIMO
IL MESSAGGIO.

I.

Alla nostra città non fe’ paura
Arrigo già con tutta la sua possa
Quando i confini avea presso alle mura.
MachiavelliL’asino d’oro.

Sicuro Enrico di lasciar ben curate le sue cose di Germania a Federico di Staufen, senza mettere indugi prese le mosse per alla volta d’Italia. Il considerevole esercito seguivano assai tra vescovi, principi, duchi e signori di ogni grado, e per dovunque passava con le voci di plauso raccoglieva attestati di divozione e di omaggio. Segnatamente gl’Italiani, ahi pur troppo! che dalla venuta del re speravano messe di gloria e concessioni di libertà. Le schiere dei combattenti correvano a folla sotto le sue bandiere. Ogni Comune mandava le sue milizie cittadine. Ogni barone conduceva i suoi uomini d’armi e cavalcava al campo. Sicchè Enrico, giunto a Verona ove celebrò la Pasqua, si trovò a capo di esercito poderoso, il quale niente meglio desiderava che pugna, che vendetta dell’astioso pontefice. Dall’altro lato la contessa Matilde aveva messe insieme le sue bande e comandato ai suoi vassalli che, chiunque possedesse una spada ed un cavallo fosse atto a servirsene, la seguissero nella spedizione contra il re. Ed ella stessa, lasciate da banda le mollezze femminili, che veramente non conobbe mai troppo, lasciate da banda le discettazioni teologiche e le pratiche beate della divozione, vestì lorica e celata ed al campo di Mantova trasse.
Le sue genti sovra i giachi di maglia e le corazze portavano corta tonica bianca divisata di croce nera, ed a foggia di croce l’elsa degli stocchi. Nei loro accampamenti non gironzavano cantoniere, giullari, istrioni, buffoni d’ogni maniera, e merciaiuoli. Invece, frati d’ogni colore a tutti i crocicchi alzavano panche, e fatto un po’ di crocchio predicavano irate parole contro Enrico il Madianita, che veniva a contristare Israele, e seminare le discordie nelle terre di Canaan. E quei soldati severi nelle fisonomie e nella condotta, lungi dal rompersi a crapole su per bische e lupanari, e ad orgie ubbriache nelle osterie, nelle parole parchi, negli atti misurati, raccolti, a capo giuso, rassegnati, si ragunavano la mattina nel grande spianato del campo, dove il vescovo Anselmo di Lucca, uomo sulla taglia di Gregorio, celebrava la messa e trinciava loro benedizioni a iosa. Ed al tramonto cantavano in uno l’angelus prima di dispensarsi alle guardie dei valli e delle trincee. Matilde si teneva sempre in mezzo di loro, ne parlava il linguaggio, la più assidua nei lavori del campo, la più sagace nelle deliberazioni dei capitani, dei disagi improvvida, delle fatiche non schiva. Al conspetto di altrui, nelle assemblee, percorrendo a cavallo le tende, il suo volto era sereno perchè aveva posto confidenza in Dio. Ma la notte, ma nel silenzio ella non sapeva siffattamente imporre al suo cuore di posare tranquillo sul pensiero, che le sue truppe erano pochissime e mal proprie contro l’esercito di Enrico, precaria la sua posizione, pericolosa quella del papa, terribile quella del paese a lei soggetto, e che era odiatissima. E quell’odio, cosa strana, ha sopravvissuto al tempo. Anche oggidì, il contado la crede tristissima donna; inesorabile coi vassalli; imbertonnata dal papa con cui ebbe tresche lubriche nel tempo del suo marito Goffredo il gobbo; in commercio con i diavoli che le fabbricarono in una notte quaranta castelli; che facesse costruire torri e campanili per ordine del confessore, onde purgarsi di sue peccata; e che, infine, scoppiasse a Bianello, sull’altare, nel momento proprio in cui celebrava la messa, di cui papa Gregorio le aveva impartita facoltà. Le leggende su Donna Matilde brulicano nell’Emilia, gremita dai ruderi dei suoi castelli—e non una carezzevole, per questa donna sì carezzata dai papi, per questa donna che segnava, Mathilda gratia Dei, si quid est! Alle conseguenze di quest’odio vivissimo allora, si arrogeva che l’imperatore non le avrebbe punto perdonato la resistenza, ed il ritardo alla sua corsa vittoriosa sopra Roma. Nondimanco niuna debolezza tradì mai nè la condotta nè il carattere di lei. E forse non la si vide giammai più tranquilla che quando seppe Enrico in Italia, ed acquartierato a poche miglia dal suo Campo. Ella doveva resistere al primo urto del nemico.
Matilde non era più nel fior della sua giovinezza. Ma l’età non aveva avuto che leggera presa sulla sua persona, perchè in lei, se i sensi favellarono talvolta, il cuore aveva sempre assolutamente taciuto. Ora ogni ruga sulla fronte, ogni lampo ottenebrato nello splendore degli occhi, ogni pallor sull’incarnato delle labbra, non sono che una fotografia degli spasimi del cuore. L’amore è una demolizione in permanenza. Laonde, al vederla, Matilde sembrava ancor una vergine a venti anni, come quelle madonne della scuola di Giotto che non hanno età perchè non hanno anima. Una serenità sovrumana splendeva sul suo sembiante, ma fissa, ma monotona come l’azzurro del cielo di oriente, ove un’aura non mormora, ove la vita sembra cristallizzata. Solamente quella serenità non era la purezza, non era l’innocenza, non era l’incoscienza del dramma della esistenza, era la fatalità rassegnata. La sua grande persona portava lo stigmata dell’inflessibilità dello spirito. Era rigida, era quasi petrificata.
Nulla parlava in lei. Quella bocca, supremamente bella, che avrebbe attirati i baci degli angioli se fosse stata soave, viva, se il sangue vi avesse palpitato, non sembrava propria ad altro che a biascicare un ave maris stella o una condanna di morte, con eguale indifferenza. Quegli occhi che avrebbero avuto la profondità infinita dei cobalti del cielo d’Italia se la fiamma divina dell’amore li avesse fatti corruscare, erano ora stupidamente inespressivi, quasi fossero stati di cristallo. Quella fronte che sarebbe sembrata l’olimpo del pensiero e degli affetti, se Matilde fosse stata una donna, era levigata e pura come una lamina di ghiaccio, era muta come una sfinge. L’insieme di quella donna, che sarebbe stata la demenza della voluttà per l’armonia delle forme, era una maschera, era una larva, era un prodigio d’insensibilità, era un miracolo d’amore mancato. Iddio aveva obliato di mettervi una scintilla. Nulla in lei rivelava l’innocenza, quella che unicamente rende sì seducenti le madonne di Raffaello. La sua purezza significava ad ogni analisi che la era una negazione di sensibilità e di sentimento. L’aria beata che la circondava della sua aureola non era luminosa, non era come quelle brezze della sera delle coste della baia napoletana, che vi seducono, vi commuovono, vi elevano a Dio di cui sembrano il respiro. Tutto in Matilde tradiva la divota, l’ascetismo spinto al fanatismo. Però non il disprezzo della terra per elevarsi alla compenetrazione con Dio—con l’infinito—ma l’oblio della creatura—cioè l’oblio di tutto quanto soffre, pensa, ama, piange.
Matilde teneva alla terra per la punta d’una spada, di cui aveva messa l’elsa in mano al pontefice—cioè per l’ambizione, per il dominio, per servirsi della creatura come il villano si serve dell’ingrasso per far germogliare le spighe nei campi, i fiori nel colto.
Lenta a pensare, a muoversi; flemmatica nelle risoluzioni, quasi le scolpisse in un blocco di bronzo e perciò irremovibili; fisa con uno sguardo catalettico nello scopo, non comprendendo lo spasimo della carne e dell’anima; contando le miserie dell’esistenza come una elevazione verso Dio, e perciò, quando anco le comprendeva, rinculava dall’addolcirle; dando a tutti i sintomi del rigoglio della vita un significato di colpa e di degradazione—un eco del peccato o un peccato—considerando l’autorità come un’emanazione da Dio, e perciò incarnata nel papa, e perciò imperdonabile ribellione contro Dio quella contro il papa; Matilde fu nel suo secolo, fu pel suo popolo, era per i suoi vassalli in quell’ora come una lama di Toledo, che non brilla, non si spezza, non si riscalda onde percuotere, non resta mai curva, che è sottile, fina, fredda, elegante, graziosa, aristocratica, inesorabile, anche un vezzo od un ornamento se occorre, che non ha che la punta, e che dovunque tocca lascia uno stigmata, spicca il sangue, porta la morte—strumento sempre di castigo e di dolore.
Matilde si era gittata innanzi ai passi di Enrico. Questi non si fece attendere e le mosse contro. Ella copriva Mantova e si preparava a resistere. I cittadini di Mantova le fecero dire dal loro vescovo ch’e’ non volevano sottoporsi agli stenti dell’assedio, ma meglio sussidiarla di un corpo di truppa; altrimenti avrebbero mandate le chiavi della città al re, ed aperte le porte. Matilde si sentì costretta, sotto i baluardi della piazza, attaccare la battaglia.
Allo spuntare dell’alba dunque ella uscì dalle mura alla testa del suo esercito. I Mantovani sorpresero il presidio, chiusero le porte, ed alzarono i ponti. Per lo che, la gente della contessa si vide nel partito di riscattare la vita con la vittoria o morire.
Sull’ora di nona, con un tempo bellissimo, apparvero gli sfolgoranti stendardi del re, e la sua cavalleria coperta di ricche vesti. I soldati di Matilde rassegnati come un drappello di vittime, immobile, taciturno, col pensiero raccolto in Dio, stretti fra loro, li aspettarono. I cittadini di Mantova dall’alto delle torri e dai merli delle mura, assistevano all’affronto come da un anfiteatro ad una giostra. Il nemico arriva. Ma Enrico, sia che avesse pietà di quella mano di prodi con tanta tranquillità devoluti alla morte, sia che avesse paventato la loro disperazione, manda Baccelardo a parlamentare. Matilde, udito il messaggio del re che l’invitava alla piena dedizione, facendo lor salva la persona, la vita e la libertà, risponde:
—Dite al nostro bel cugino che noi ringraziamo la sua cortesia di proporci la pace a queste condizioni. Noi non abbiamo di modo alcuno forfatto all’impero, prendendo la spada contro chi viene ad opprimere il pontefice nostro signore, e la nostra libera religione. Se poi davvero gli prende pietà di noi e vuole esserci amico, che sgomberi tosto dai nostri Stati, che deponga gli sdegni ingiusti contro del papa, che ci offra una pace onorevole ed una guarentigia di mantenerla, e sa Iddio se noi desideriamo meglio, e se in segno di sudditanza non gli verremo perfino a far da mozzo al cavallo.
—Madonna, soggiunge Baccelardo, vostra bellezza mi perdoni se oso rammentarvi che non istà a voi proporre patti al vostro sovrano.
—E voi perdonatemi, ser cavaliere, se vi ricordo che non istà a chicchesia proporre condizioni da vinti, prima di aver guadagnata la vittoria.
—Ella è dunque la pugna che voi desiderate, madonna?
—Sa la regina degli angioli, ser cavaliere, se noi daremmo tutto per evitarla, meno che l’onore.
—Il ciel vi aiuti dunque, bella contessa, perchè dagli uomini poco vi resta a sperare.
—Amen, ser cavaliere.
E si dicendo Baccelardo le baciava la mano e partiva.
La pugna si attaccò. Non fu lunga. Fu sanguinosa, fu disperata, fu feroce come guerra di religione; la vita fu disputata accanitamente. Ma il numero prevalse. Enrico vinse. I pochissimi che avanzarono delle truppe di Matilde, fuggirono con lei.
Allora i cittadini di Mantova mandano il loro vescovo ad Enrico onde proporgli la scelta, o di togliere la città per assedio, ovvero entrarvi con consentimento loro dopo aver giurato rispettare gli edifici e le fortificazioni alla città, gli averi, la libertà, la vita ai cittadini. Enrico accetta questi patti, e trionfante entra dentro Mantova in un nembo di fiori. Due giorni dopo, il re si recava a Padova ed a Cremona, città che non si volevano arrendere che a lui, ed a lui solo aprir le porte. Ed entrato Enrico da trionfatore, accolto con lo medesimo entusiasmo, concedeva loro privilegi e franchigie ed il favore del carroccio, che, in onor dell’imperatrice, i Padovani chiamarono Berta, i Cremonesi Bertacciola. Indi mosse per Firenze, distaccando dalle sue truppe dei manipoli onde andare ad occupare or questo or quello dei castelli e delle terre della contessa. Ma questa gli disputava l’invasione del suo territorio palmo per palmo, e ad ogni mutar di passo gli presentava contro ora una borgata cinta di mura, ora una rocca, ora un villaggio, costringendo il re a combattere ad ogni fermata. L’animosa donna vendeva poscia tutti i suoi gioielli, prendeva gran parte delle sue rendite e le mandava a Roma a papa Gregorio onde munir la città, assoldar gente, comprare i faziosi.
Ella era restata povera—ella, l’erede di quel marchese Bonifazio che, avendo Enrico III lamentato di non trovare buon aceto a Piacenza, gliene aveva mandato in venti barili e su carretto di argento. Le sue possessioni devastate, rase le fortezze, smantellate le mura delle sue città, bruciati o presi i castelli, i suoi vassalli deserti. Del suo florido dominio insomma, così bello, così vasto, non restava che cadente scheltro. La fame minacciava il suo popolo; la moria lo decimava. E con tante sciagure, con un nemico ostinato di faccia, con tanto maligno volger di cose, la sua costanza non crollava, non mutava nei propositi, non tradiva neppure con un fastidio o una velleità la generosa causa che aveva sposata—avvilire l’imperatore, esaltare il pontefice! Chi le negherebbe il distintivo d’eroina dei tempi di mezzo?
Quando seppe però che Firenze, dopo un mese di assedio, affamata e rovinata si rendeva; quando Lucca discacciava il suo vescovo, ne creava un novello ed invitava nella città Enrico; quando Montebello, Carpinete, Bibianello—Bibianello sì forte, sì popolato allora, oggi spelonca abitata solo da pulci—quando queste formidabili castella cedevano al vigore dell’oste avversa, essa raccolse i residui delle sue truppe e delle sue ricchezze, e trasse a Roma, risoluta difendere fino all’estremo la città eterna o morirvi.
E la vigilia di Pentecoste Enrico, con l’arcivescovo di Ravenna, compariva sotto le mura di Roma ed accampava nei prati di Nerone, dirimpetto a Castel San Pietro.

II.

Il senato vi chiama. Un tremendo esercito, condotto da Gaio Marzio, alleato con Aufidio, manomette il nostro territorio. Tutto è ormai consumato: schiava è fatta omai una metà della popolazione.
ShakespeareCoriolano.

Come Ildebrando udì del concilio di Brixen, che lui aveva deposto ed esaltato Guiberto, e della morte di Rodolfo, e del disegno di Enrico di volgere in Italia, si spaventò. Sono quei movimenti involontarii che sfuggono alla natura umana a dispetto della violenza che si adopera con essa. Ma quando lo seppe già in Italia, e che gl’Italiani, del suo giogo intolleranti, accorrevano a torme alle bandiere di lui; quando sentì i rovesci della sua fazione, e le miserie in che i sopravvissuti esulanti languivano; quando, trionfatore di tante vittorie, dall’alto delle rocche lo vide sotto i baluardi di Roma, e’ dominò ogni debolezza, bandì ogni paura, e tranquillo provvide ai mezzi di resistere. Perchè, se come cristiano aveva piegato la testa innanzi agli arcani voleri di Dio, come principe avea debito proteggere i suoi vassalli, tutelare la sua città. Però il suo carattere era cangiato.
Non che e’ si fosse rammollito su ciò ch’egli chiamava suoi principii; non che avesse perdonati Enrico e Guiberto, no! Ma egli aveva spogliata ogni alterigia di maniere, ogni intolleranza. Non era più aspro coi caduti, non più severo coi colpevoli, non inesorabile con chi si arrendeva, non iracondo e corrivo, non petulante nel pretendere e violento nel togliere per forza. I suoi modi si erano addolciti. Aveva cominciato a sentire la fralezza della carne e compatire, la sventura gli andava insinuando nel cuore quel gran motore del cristianesimo, la carità! E più blando, più docile, più famigliare, quegli che nel 1077 era un vecchio terribile, oggi poteva addimandarsi un rispettabile vecchio. L’istesso suo volto, per lo innanzi sempre accigliato ed aggrinzito dalle rughe cui un’interna irritazione solcava indefessamente, ora sembrava calmo e sereno. Compreso che l’ora della sua gloria e del suo potere era scorsa, che doveva discendere dagli alti pinacoli toccati, che l’Europa, da lui contristata di guerre e di dissenzioni, l’odiava, dalla coscienza infine avvisato del male per lui seminato sulla terra, avea tolta questa sventura come un richiamo di Dio, e non ne avea mormorato. Fino allora insomma egli era stato più principe che pontefice, più uomo che cristiano; oggi che le cose si erano mutate, si era mutato ancor esso. Però non avea cambiato d’indole, nè appresa ancora, come abbiam detto, la virtù del perdonare. Ei provocava in Lamagna l’elezione del conte Ermanno di Lussemburgo ad imperatore.
Enrico, dall’altra parte, trincerava il suo campo di profondo vallo, lo ricingeva di torri di legno, metteva all’opera soldati ed artefici a construire arieti, gatti, battifredi e torri per dar la scalata. Indi tentava l’assalto. I Romani da su le mura gli opponevano gagliarda resistenza con mangani e baliste.
Egli però aveva fermo di espugnare la città e punire il pontefice. Prese i forti vicini, donde le sue guarnigioni molestavano i Romani, si fece ascrivere all’ordine del loro convento dai monaci della badia di Farfa, secondo antica consuetudine. Poi venute le caldure dell’estate, e cominciata a viziarsi l’aria per le maligne esalazioni delle paludi pontine, ritornò coi Tedeschi in Lombardia. Le truppe di cerna italiana restarono su pei poggi, circonstanti a Roma, dove le acque correnti rompevano l’aria e la tornavano men greve. Guiberto capitan generale dei regi rimase a Tivoli. Egli bloccava sempre Roma, catturando carriaggi di viveri che fornivano la città, predava e guastava il paese.
Intanto venne il gennaio del 1083. Enrico di armati e di macchine meglio fornito tornò all’assedio. Prima però di dar l’assalto volle fare tentativo di pace e mandò Baccelardo e Goffredo di Buglione parlamentari ai Romani.
Questi raccolsero il popolo nel Foro e, dirigendosi al prefetto della città ed al vescovo di Porto, mandato da Gregorio, dissero esser mente del re perdonare la fellonia ad un popolo che aveva chiuse le porte in faccia al suo signore, risparmiare la città, la vita, gli averi dei cittadini, dove si arrendessero a discrezione. Il vescovo di Porto interrompendo gli oratori rispose brutalmente:
—Ringraziate la vostra qualità di parlamentari se non vi facciamo tagliare a pezzi e vi gittiamo nella fossa della città. Ritornate all’eretico Enrico di Germania e ditegli, che egli non metterà giammai il piede in questa Roma santa, dove non ci venisse col volto strisciando nel fango, come a Canossa.
Ma il prefetto, che meglio conosceva lo stato a cui i cittadini eran ridotti, e la disposizione dell’animo loro, diede sulla voce al fiero prelato, e parlò:
—Tacetevi, uomo di sangue! I padroni della città siamo noi, ed a noi è diretta la nobile ambasceria. Sicchè, signori, noi rispondiamo all’imperatore Enrico, che noi non siamo mica rei di fellonia, perchè egli non è stato ancora unto imperadore dei Romani; che egli non si è presentato alle porte come patrizio di Roma, ma alla testa di un esercito come nemico; che egli, prima d’ora, non aveva palesata alcuna disposizione di pace. Per lo che manderemo adesso l’abate di Cluny ad intercedere Gregorio di togliere al re l’interdetto, e noi consulteremo come si debba riceverlo.
Inviarono infatti l’abate al pontefice. Gregorio però, udito come i Romani lo scongiurassero, rispose con modo freddo e secco, sì che impedì all’abate di replicare le instanze.
—Che Enrico si sottometta e l’assolverò.
Udita la risposta, i Romani si levarono a tumulto e molti sclamarono:
—Bruciamo dunque vivo questo brutale pontefice, e facciamo entrare il re.
Ma i nobili romani, che volevano innanzi patteggiare con Enrico, gli rimandarono i parlamentari, dichiarando, voler guarentigia che avrebbe salvo il pontefice, i privilegi della città, la vita e le possidenze ai nobili, le chiese dal sacco

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