Dal cellulare a Finalborgo

Dal cellulare a Finalborgo

Author:
Paolo Valera
Author:
Paolo Valera
Format:
epub
language:
Italian

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Author: Valera, Paolo, 1850-1926
Anarchists — Italy — Biography
Dal cellulare a Finalborgo

__L’inverniciatore descrive il camerotto di S. Fedele.__

Ho sempre avuto la fortuna di trovare sul cammino della vita dei
simpatizzatori o delle persone che mi volevano bene prima di
conoscermi. Al Cellulare, nello stanzone di «carico e scarico», mi si
registrava e mi si salutava come un personaggio di casa. Mi si
ricordavano episodii della mia vita cui io avevo completamente
dimenticati. Come quello di essere stato alloggiato in una cella come
scrittore scollacciato o come un égoutier della penna.

Tra gli impiegati che volevano assolutamente essermi utili, era un
giovinetto alto, elegante, con una bella faccia illustrata dai baffi
superbi e chiari e illuminata dalla lucentezza degli occhioni neri in
campo azzurro. L’unghia lunga del mignolo e la cravatta di foulard a
palloncini gialli sul fondo solferino pallido, e i manichini che gli
uscivano candidi dalle maniche, gli davano l’aria di gran signore.

—Se le occorre qualche cosa non mi dimentichi.

Lo ringraziai con la voce turbata dalla gentilezza. Era una
consolazione trovare chi non aveva paura di stendervi la mano nelle
giornate di Bava Beccaris. Prima dell’arresto passavo per le vie come
un fantasma che faceva germogliare in coloro che mi conoscevano
un’interrogazione:

—Come, non è ancora stato arrestato?

Gli intimi sgusciavano via come ombre. Era in tutti lo spavento di
compromettersi. Se l’imprudenza mi faceva fermare qualche amico,
l’amico diventava smorto e mi diceva, con l’orologio in mano, che
doveva correre in qualche luogo.

Domandai subito una stanza a pagamento. Era troppo tardi. Le stanze di
lusso erano state tutte prese dai deputati, dai giornalisti e dalle
persone facoltose che mi avevano preceduto. Ma non dovevo
preoccuparmene. L’impiegato che mi voleva bene se ne sarebbe occupato
come di una cosa personale. Per il momento bisognava accomodarsi come
si poteva, perchè il Cellulare non era mai stato così pieno.

—Ha dei libri?

—Neppure uno! Mi hanno sorpreso ieri mattina in letto e nella
confusione mi sono dimenticato di insaccocciare un po’ di munizione
intellettuale.

—Non ci pensi, stia tranquillo. Parlerò io al bibliotecario e verrà
immantinenti a portarle volumi che le piaceranno. Dei romanzi che ho
letto io e che le faranno passare le giornate come in un sogno.

—Di Barrili?

Uscito dalla stanza della registrazione, passai un cancello di color
oscuro e mi trovai in un ambiente assai diverso. Non c’erano più
riguardi. L’angelo custode mi trattava volgarmente col voi.

—Tirate fuori tutto ciò che avete nelle tasche!

Nella stanza della visita mi ingiunse di svestirmi, e di fare presto,
perchè lui non aveva tempo da perdere.

—Fuori anche le calze, mammalucco!

Mi palpeggiò gli abiti e la biancheria con la voluttà dell’aguzzino
alla ricerca di qualche cosa nascosta.

—Che cos’è questo?

—Un lapis!

—Vi piacerebbe un lapis! Perchè non l’avete tirato fuori quando ve
l’ho ordinato?

Non gli risposi neanche. Era anche lui un’autorità del momento.

Mi condusse di sopra al primo piano, e mi chiuse in una stanza
«intermedia». Le «intermedie» servono per i malviventi di passaggio.
Hanno sei o sette sacconi di paglia in terra, la secchia dell’acqua e
il bugliolo delle evacuazioni nell’angolo. Nei giorni di Bava Beccaris
erano affollate di «rivoluzionarii».

Non ci volle molto a capire che i miei cinque compagni erano degli
idioti che nessuno sarebbe mai riuscito a intellettualizzare. Erano
stati sorpresi dal ciclone militare, ma tre di loro non sapevano
neppure il significato della parola rivoluzione. Il quarto era un
giovanotto mingherlino che faceva il tintore in una fabbrica a qualche
miglia dalla ripa di porta Ticinese, e che nella giornata di sabato
era andato con degli altri a bere nelle osterie senza pagare e a
domandare dei prestiti a dei fittabili senza l’intenzione di
restituirli.

—Credevate di fare la rivoluzione?

—Sì, mi disse egli chiudendo le dita a ventaglio. Facevamo della
rivoluzione! Non creda però che si sia fatto denaro. Finita
l’escursione, avevamo bevuto mezzo litro di vino e ci saremo spartiti
una e cinquanta a testa.

Il quinto era un ex-cameriere che si occupava più della sua pipa e del
suo ventre che degli avvenimenti che lo avevano mandato in prigione.
Era uno sboccaccione che mi fece sentire più di ogni altro la
ripugnanza per la coabitazione forzata. Egli non aveva riguardi. Si
scaricava delle ventosità nel modo più indecente.

Il più buono dei tre era un inverniciatore che passeggiava dalla
mattina alla sera coi tacchi ferrati come i piedi dei cavalli,
zufolando, o dando in ismanie per essere stato arrestato senza colpa
alcuna.

—Si figuri che io non ho saputo della morte di Vittorio Emanuele che
ieri; questo per dirle che non ho nulla di comune con l’uomo politico.
Ero in casa che stavo per andare a dormire. Tra le otto e le otto e
mezza sentii bussare. Chi è? Andai ad aprire. Erano due agenti di
questura in borghese. Mi domandarono se ero il tale. Nossignori,
risposi. Come vi chiamate? Così e così. Venite con noi, che il
questore ha bisogno di parlarvi. Il questore? Non me lo feci dire due
volte. Chi male non fa, paura non ha, va bene? Avevo lavorato tutti i
giorni come nelle altre settimane e alla domenica ero andato col mio
ragazzo a pescare.

Di che cosa dovevo avere paura? Dissi alla moglie di non inquietarsi
che sarei ritornato subito. Il signor questore non era uno stupido e
sapeva quel che si faceva. Mi buttai in dosso la giacca in fretta e
giù dalle scale con loro. Mi parevano buoni diavoli. Parlavano come
persone dolenti di avere dovuto disturbarmi. Si figurino! Faccio
intanto una passeggiata. Sul corso di porta Magenta mi diedero anzi un
solfanello per la pipa. Piperei tutta la vita. Quando fummo in
questura parlarono con un altro e mi lasciarono dicendo che sarebbero
venuti a prendermi. Con tante cose da fare in quei giorni, si saranno
dimenticati, perchè li aspetto ancora.

Fatto sta che il nuovo individuo mi disse di vuotarmi le saccocce. Se
non ho niente! Guardi pure. Faccia il comodo suo. Sono uscito di casa
per un momento. D’abitudine non vado mai attorno coi denari in tasca.
Al sabato consegno la settimana alla mia donna e non ci penso altro.
Quando ho il tabacco per la pipa, basta. Non sono mica un beone che
sciupa il sudore di una giornata nelle bettole. Coloro che frequentano
il trani finiscono sempre male.

Dicevo bene? Sicuro che non avevo niente, aperse l’uscio del primo
camerotto e felicenotte. Non mi disse neppure che chiudeva. In casa
mia, nel casone di via Ochette, siamo in sei e si vive tutti in una
stanza. Si sa, un povero operaio non può fare tanto cogli affitti così
cari. Si figuri che pago più di cento lire all’anno. C’è di buono che
il padrone è una pasta d’uomo. Se non arrivo in tempo non mi butta in
istrada. È un padrone di casa che sa anche lui il vivere del mondo.
Con dei figli che mangiano tanto pane, un povero padre non può sempre
pagare la pigione in giornata. Che cosa dicevo? Parlavo del camerotto.
Un vero castigo di Dio.

Mi sono trovato in mezzo a un fumo che mi fece chiudere gli occhi e
tossire come un vecchio di sessant’anni. Non ci si vedeva. Era pieno
come un uovo. Gli uni erano addosso agli altri e nessuno poteva
muoversi. Creda a me che non dico bugie. Erano gli uni sugli altri
come le sardine. Fu una vita da cane la notte del mio arresto. L’aria
che si respirava rivoltava lo stomaco. Faceva venire voglia di
vomitare. Nel piccolo spazio tra l’uscio e il tavolazzo, pareva di
essere in una marcita. Gli sputi di tutta quella gente che masticava
il tabacco avevano ridotto il terreno molle e sdrucciolevole. Coi
piedi nelle pozzanghere si stava malaccio. Si sentivano i reumatismi
venire su per le gambe. Non si poteva camminare perchè eravamo in
troppi. Quando tiravo su il piede per poggiarsi sulla gamba, sentivo
il «ciac» della palta che si staccava dalla suola. I muri sudavano.
Era un sudore che restava alle dita come la gomma. Sul tavolazzo non
si stava meglio. I seduti dovevano tenervi le gambe piegate fino agli
occhi con le dita allacciate. Quando c’era qualcuno che aveva bisogno
di spandere acqua, si voleva morire. La tinozza lasciava venir fuori
un odore che asfissiava.

Non c’era posto, ma il carceriere era un diavolo che non faceva caso a
quello che dicevamo. Apriva e ne cacciava dentro degli altri senza
tanti complimenti. Lui non aveva tempo da perdere. Conosceva nessuno e
trattava tutti alla spiccia. Cinque o sei erano vestiti bene. Si
capiva che dovevano essere persone di considerazione perchè avevano
gli anelli brillantati sulle dita che abbagliavano la vista. Un
signore grosso, col pancione dell’uomo che mangia bene, faceva
compassione. Si asciugava gli occhi e diceva che la sua famiglia
avrebbe pensato male a non vederlo andare a casa. C’erano degli altri
nella stessa condizione. E la mia Margherita? Mi pareva di sentirla
piangere. La vedevo andare alla finestra tutta disperata a cercarmi
giù nell’ombra o all’uscio della scala ogni volta che sentiva i passi
di qualcuno. In dieci anni di matrimonio non ho mai dormito fuori di
casa. E una povera donna che voglia bene al marito si impressiona.

In pochi nasceva il bisogno di parlare. E quelli che dicevano qualche
cosa era per lamentarsi di essere stati portati via dalle loro
famiglie innocenti. Io ero sempre in piedi che aspettavo il posto
d’uno del tavolato. Mi ero straccato a stare lì senza muovermi.

Dovevano essere le dodici. La gente del camerotto sembrava sopita nel
tenebrore della lanterna. Si vedevano qua e là teste che precipitavano
sul petto come cariche di piombo. I gruppi appisolati avevano pose che
in altri momenti avrebbero fatto sgangherare dalle risa. Qua e là si
russava come tanti porci. Lungo il corridoio si udivano, in certi
momenti, tonfi o corpi che si urtavano violentemente con delle grida
che morivano dietro gli uscioni.

Un po’ dopo ho dovuto ricaricare la pipa e fumare, per illudermi che
gli individui sulla tinozza erano persone sedute. Venivano via i
miasmi della fogna che mi andavano per la cappa del naso come della
starnutiglia. C’era uno in manica di camicia che non pativa come
pativo io. Mangiava il suo pane senza starnutare. Era già stato in
prigione e ci aveva fatto l’osso. Mi diceva che era uscito ieri
l’altro dal Cellulare e che aspettava la scarcerazione d’ora in ora.
Non era però impaziente. Aveva la sorveglianza e con la sorveglianza
si sta meglio dentro che fuori. Parola d’onore. Dai tredici ai
diciannove anni non aveva fatto altro che uscire per rientrare,
sovente senza guadagnare un centesimo. Gli ho domandato che mestiere
faceva. Parve sorpreso. Sono cose da domandare? El tirador de
sacchett
.

Pescava nelle tasche delle signore, mi diceva lui, con una delicatezza
che non disturbava le derubate. Doveva essere un buon diavolo, perchè
raccontava su tutto, come tra vecchi amici. L’ultima volta era stato
côlto in chiesa. Non immaginatevi grandi guadagni, mi diceva. In
chiesa si busca da vivere, ma non si fanno quattrini. Le donne vi
vanno a pregare con la moneta in saccoccia per la scranna e per
qualche povero all’entrata. Non c’è che la signora in via a fare spese
di qualche importanza che vi vada col portamonete gonfio. E poi
credete che si possa continuare a lavorare nello stesso sito? Se vi
ritornate prima di qualche mese vi sentite agguantato da due falsi
divoti che vi aspettavano da un pezzo. È una professione piena di
rischi. Se non fosse tardi, l’avrebbe cambiata da parecchi anni. Ma
adesso c’è e bisogna che vi resti.

Venni svegliato dal fracasso dell’uscione. Se ne cacciarono dentro
altri cinque o sei, venuti da chi sa dove, a pugni sulla testa e sulle
spalle. Ero così ingarbugliato dal sonno che non ho potuto vedere le
guardie in borghese che pestavano gli arrestati senza misericordia.
Forse avevano ragione. I cinque o sei non mi parevano facce da
galantuomini. Si erano lasciati battere senza dire una parola. Si
tiravano su i calzoni e facevano sparire i pugni dai cappelli, con la
grazia più naturale del mondo. Chi erano? Pochi di buono
indubbiamente. Sono stato arrestato anch’io, ma non mi si è fatto
nulla. Gli agenti non sono poi dei cani, diavolo. Non dànno via per il
gusto di dar via. Siate onesti, se volete essere rispettati.

Si respirava come i moribondi. Anche quelli seduti incominciavano a
dire che era una vera porcheria chiudere in una stanza lurida tanti
cittadini. L’acqua doveva essere diventata calda come l’orina. Pure si
beveva con piacere perchè c’era una caldura che toglieva il respiro e
c’erano delle ore prima che venisse mattina. Non potete immaginarvi
come mi dispiaceva di non avere avuto cinque centesimi in tasca.
Sognavo l’alba con un bicchierino di grappa. Fa tanto bene quando si
ha i piedi nel sudiciume e si è passata la notte senza dormire. Non so
che cosa si faceva di fuori. Ma di tanto in tanto udivo delle persone
che s’arrabattavano per la muraglia urtate da qualche prepotente che
smanacciava. Erano forse degli altri arrestati che gli agenti
spingevano nei camerotti.

Alle quattro non si poteva più dormire. Si sentiva il sussurro del
brodo che bolle nella caldaia coperta. Si chiacchierava sottovoce. Si
ragionava sui tumulti di Milano.

Nessuno sapeva come avevano avuto principio, ma tutti erano d’accordo
nel biasimarli. Perchè avevano fatta la rivoluzione? Si parlava di
morti e feriti come se ci fosse stata una grande battaglia. Ho sentito
cose da far venir su la pelle d’oca. Perchè avevano fatto la
rivoluzione? Era la domanda che si facevano l’un l’altro di tanto in
tanto. Non si stava forse bene? Non erano che i lazzaroni che si
lamentavano. La gente che lavora non ha tempo di pensare a tante
storie. Il lavoro stracca e non lascia il tempo di sentire asinate.
Quando io vado a casa alla sera, mangio la minestra con ingordigia,
faccio la mia pipata con piacere e vado a letto mezzo addormentato.
Gli oziosi vanno in giro e si scaldano la testa.

Si aperse di nuovo l’uscione con fracasso. L’incaricato pareva in
collera. Povero diavolo, non aveva chiuso occhio in tutta la notte.
Doveva essere sfinito morto. Si fece un’altra infornata. Dicevano che
non c’era più posto. Ma gli agenti provavano il contrario. Cacciavano
su gli arrestati calcandoli alle spalle con sfuriate di parole
porcone. Aspettiamo a biasimare gli agenti. Non si sta su tutta notte
senza perdere la pazienza e non si dicono villanie senza qualche
ragione. L’uscio si richiuse con rabbia. Gli entrati parevano bruti.
Quattro erano malvestiti e dovevano essere vagabondi. Gli altri
avevano l’aria di essere signori. Uno di essi era grosso, piccolo, con
un cappellaccio in testa che faceva paura. Poteva essere un
rivoluzionario. Ho sentito dire che era uno scultore che aveva fatto
la barricata con le sue statue e che aveva messo le mani nel sangue di
un soldato. Pareva abbattuto. Aveva una faccia scolorata che faceva
stremire. Gli altri dovevano essere persone istruite perchè parlavano
con parole difficili. Mi fece colpo la parola lubrico—una parola che
è sempre in bocca del mio padrone quando dà degli ordini agli
spalmatori d’olio.

Dicevano che il suolo era lubricato, per dire che non si poteva stare
in piedi. Erano stati arrestati a domicilio. Si capiva, dal
tutt’assieme, che erano pesci grossi perchè non si mischiavano con gli
altri.

Più tardi è entrato un signore con tanto di catena d’oro. Ci disse che
era stato arrestato sullo stradone di Abbiategrasso. Veniva a Milano
in carrettella e non sapeva dei disordini. Gli hanno domandato in che
mondo viveva. Abbiategrasso non era mica in America. Lui era come me.
Non leggeva mai i giornali e ignorava tutto quello che avveniva. Io
sono buono di leggere, ma faccio troppa fatica. Cinque minuti dopo, le
parole mi vanno insieme e mi pare di essere ciocco. Non sono poi
curioso. A me importa proprio niente di sapere gli interessi degli
altri. Ho anche troppo da fare a tirare innanzi la mia baracca, senza
darmi dei grattacapi.

Dove sono rimasto? Al signore della carrettella. Egli aveva una micca
in saccoccia. Gliela avevano fatta comperare i carabinieri a porta
Ticinese per paura che morisse di fame. Io cominciavo proprio ad aver
fame. Speravo di vedere mia moglie con la sporta. Povera donna. Mi
voleva bene e io rimanevo nel camerotto a perdere il tempo.

Alla mattina, con un po’ d’aria fresca e un po’ più di luce,
sembravamo tanti ubbriaconi che avessero passata la notte in un
porcile, o in un acquavitaio che ci avesse rasi come una damigiana.
Eravamo bianchi come i cadaveri. Il più allegro era sempre il
precettato. Egli era rimasto in manica di camicia e con la sua giacca
aveva coperto le gambe di uno sconosciuto che tremava dalla febbre e
dalla paura. Gli ho dato la pipa da spazzare una seconda volta.
All’odore del luogo ci eravamo abituati. Non c’era che l’impazienza di
uscire. Chi doveva correre al lavoro, chi aveva degli affari
importanti e chi si sentiva voglia di sgarbugliarsi gli occhi con del
caffè caldo. Prima delle otto eravamo ricaduti nella disperazione.
Perchè non ci si lasciava andare? C’erano gli scalmanati per l’uscita
che non si lasciavano acquietare se non dicendo loro di rammentarsi
che non avevano da pensare a noi soli. Alle otto venne il carceriere a
domandarci se volevamo qualche cosa. Quasi tutti gli domandarono se
non era tempo di liberarci. Ci disse di fare presto, che lui aveva tre
camerotti zeppi di gente che aveva fame. Allora fu una gara, e il
carceriere dovette pregarli di andare adagio. Chi comandava del caffè
e dei sigari, chi del pane e salame e chi una frittura di fegato col
limone. C’erano signori che si ricordavano del limone in un momento da
strapparsi tutti i capelli dalla testa! Non ci furono che due che non
gli diedero seccature: io e il precettato. Eravamo tutti e due senza
il becco di un centesimo. Venuta la distribuzione, si sono ristorati
come hanno potuto. Mangiavano con le mani e stracciavano il pollastro
coi denti. C’erano di quelli che avrebbero voluto il tovagliolo.
Ringraziate Dio, o brontoloni, si diceva, che avete il fazzoletto.

Le persone di cuore non possono mangiare senza dividere con coloro che
non mangiano. Io e il precettato abbiamo finito per menare i denti più
degli altri. Della gente buona ce n’è dappertutto. Ci fu quel signore
col cappellaccio, che dicevano avesse fatto la barricata con le
statue, che mi diede il suo vino. Egli non aveva voglia di bere.
Grazie.

Non so come si faceva a non crepare. Ci mettevamo i gomiti sullo
stomaco per mancanza di posto e tenevamo la mano sulla schiena di
quelli davanti per non buttarci addosso le cose brodose.

I vestiti più bene offrivano i sigari a quelli che non avevano da
fumare. In pochi minuti eravamo tutti in una nube, l’uno non vedeva il
naso dell’altro. Il fumo purgava il camerotto che alle volte puzzava
come una latrina. Verso le dieci o le undici ore eravamo stufi, stufi,
più che stufi. Non si sapeva niente, nè se ci si lasciava andare, nè
se ci si mandava in qualche luogo.

Il caldo era diventato eccessivo. Si sgocciolava. Finalmente si aperse
un’altra volta l’uscione e ci si fece uscire a due a due. Fuori
dell’uscita c’erano dei signori in borghese che a certi individui
lasciavano andare degli scapaccioni. Probabilmente li conoscevano. A
me non si è fatto nulla. Chi male non fa, paura non ha. Mi si fece
salire in un carrozzone e mi si condusse qui al Cellulare. Nel
carrozzone credevo proprio di lasciarvi la pelle. Nella mia celletta
eravamo in tre. Ci mancava il respiro. Provai una grande contentezza
quando mi trovai nel cortile del Cellulare.

Me l’ho scampata bella. Dio non c’è per niente.

__Il soccorso.__

È una scena piangevole che potete vedere ogni mercoledì e ogni
domenica

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